Diciotto rifugiati LGBTI arrestati dalla polizia keniana e detenuti

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International Support – Human Rights vuole presentarvi la situazione attuale dei Rifugiati LGBTI nei campi profughi di Nairobi in Kenia denunciata dall’associazione statunitense HRCAfrican, che sta destando parecchia preoccupazione per via della scarsità di fondi che permettono alla comunità LGBTI un dignitoso sostentamento e li espongono al rischio di maggiori violenze e discriminazione, privandoli dei loro alloggi e delle loro abitazioni, che servono a garantirgli anche una maggiore protezione. Nei giorni scorsi 18 rifugiati LGBTI sono stati arrestati dalla polizia keniana e detenuti arbitrariamente. Questi episodi sono frequenti nei campi del Kenya sempre più spesso la tutela per le persone con un diverso orientamento sessuale ed identità di genere non può essere garantita.

L’UNHCR (Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati ornai da tempo non è più in grado di fornire un’adeguata protezione ai Rifugiati LGBTI dell’Africa: da diversi anni ai Rifugiati LGBTI sono stati negati qualsiasi forma di garanzia da parte dell’UHNCR . Ora è giunto il momento di realizzare e promuovere nuovi piani speciali per fornire un riparo sicuro per queste persone.

Nell’ultima settimana, diciotto giovani rifugiati LGBTI sono stati portati a Kakuma Camp in Kenya, dopo essere stati arrestati per più di 48 ore, tenuti in carcere in condizioni deplorevoli – picchiati e minacciati di morte dalla polizia keniana. Questi giovani stavano vivendo come rifugiati urbani a Nairobi perché il campo di Kakuma non era abbastanza sicuro per le persone LGBTI. Ora, dopo essere stati sfrattati dalle loro residenze urbane, ed essere stati sistemati in un campeggio alle porte del campo dell’UNHCR per molti notti , sono stati infine detenuti. Dopo questa brutta esperienza solo nei giorni scorsi sono stati restituiti al campo dalla polizia, dove vivono col timore di violenze e nuovi pericoli.

A differenza degli eterosessuali ai quali viene garantito un porto sicuro da parte dei paesi ospitanti e dall’UNHCR, è evidente che è quasi impossibili fornire qualsiasi forma protezione ai Rifugiati LGBTI, o almeno una uguale protezione agli altri ospiti del campi .

Dal 2014, quando il Presidente Museveni ha firmato in legge l’anti-omosessualità (The Kill the Gays Bill), ormai defunta, centinai di persone gay , lesbiche e perseguitate sono scappate dall’Uganda per paura della violenza e della persecuzione. Per la maggior parte di loro, l’unica opzione era quella di attraversare il confine keniano per carcerare protezione e il reinsediamento ,grazie i servizi forniti dall’UNHCR. Molti di loro sono stati trasferiti all’estero dopo anni di attesa in condizioni pericolose e di oppressione quasi persistenti. Tuttavia, per coloro che rimangono, e per i nuovi arrivati, la vita sembra spoglia e le speranze stanno diminuendo. I mezzi finanziari necessari per sostenere i rifugiati nelle aree urbane hanno dimostrato di essere irregolari e inaffidabili. L’UNHCR e l’HIAS hanno cercato di fornire programmi economici autonomi per i rifugiati LGBTI, ma è ormai chiaro che questo progetto non è riuscito. Anche coloro che sono stati reinsediati in paesi come l’Islanda, gli USA e il Canada, hanno continuato a parlare anche in seguito delle sfide, delle difficoltà e delle atrocità che sono stati costretti a vivere come rifugiati all’interno dei campi, in un sistema che non fornisce adeguati sostegni e protezione per le persone LGBTI.

HIAS fornisce un sostegno finanziario insieme all’UNHCR, per poter permettere il sostentamento alle persone LGBTI nei Campi e fuori, ma purtroppo nell’ultimo periodo i fondi sono sempre più scarsi, non è più possibile garantire a queste persone un alloggio ed un pasto decente. HIAS è stata fondata nel XIX secolo per lavorare con gli immigrati ebrei nella Russia Imperiale, il nome originale poi modificato era Società Ebraica Aiuto Immigrazione. Da allora HIAS ha aiutato ha reinsediare quasi 4,5 milioni di persone in tutto il mondo. Ma adesso che i finanziamenti cominciano a scarseggiare molti ospiti LGBTI sono costretti a ricorrere alla prostituzione per garantirsi un pasto, i vestiti e i farmaci per curare le malattie.

Di solito, quando un rifugiato riesce a sottrarsi alla guerra o alla persecuzione entra in un ospedale del paese, dove gli può essere fornito un sostegno sicuro e la protezione che stava cercando, la stessa cosa succede quando riescono finalmente a varcare il confine sperando di sfuggire ai propri persecutori.
Tuttavia, quando una persona è lesbica, gay o transgender – si trova in un continente in cui 34 paesi criminalizzano ancora l’omosessualità è quasi impossibile trovare un rifugio sicuro in un altro paese ospitante, questa è una sfida enorme per i profughi, per le organizzazioni per i diritti umani e anche per l’UNHCR ed al momento a questo problema non esiste soluzione. Le persone gay, lesbiche, bi-sessuali, intersex e transgender in Africa sono come intrappolate, non importa quale sia la loro direzione, quando si presentano all’UNHCR solo a pochi di loro viene garantita la sicurezza . L’arresto dei 18 rifugiati e il trattamento inconsapevole che hanno dovuto subire da parte della polizia keniana porta alla luce un grosso problema, che continua ad essere ignorato!

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In questo momento per sopravvivere i rifugiati LGBTI in Kenya sono costretti in condizioni degradanti e obbligati alla prostituzione per un piatto di cibo e una notte in un letto. Queste condizioni stanno favorendo l’aumento dell’HIV + tra la comunità LGBTI , e il rischio è costantemente in aumento. Si chiede un maggiore aiuto e sostegno da parte alle associazioni e delle ONG globali per aiutare in modo concreto i nostri fratelli e le nostre sorelle LGBTI.

La soluzione definitiva purtroppo in questo momento non esiste per mancanza di risorse o forse anche per una mancanza di motivazione, sarebbe necessario poter garantire almeno una adeguata protezione ai campi e ai rifugiati LGBTI da parte delle UNHCR , in diversi paesi africani, come il Kenya. Ciò che occorre è creare un ambiente idoneo che protegga i rifugiati LGBTI dalla popolazione locale , dalle autorità, dalla polizia e dai rifugiati eterosessuali, visto che sembrano sostenere la violenza e la discriminazione verso le persone LGBTI. Questo sarebbe fondamentale, in quanto, un rifugiato è tale perché ha dovuto subire traumi nel paese di origine anche per questo hanno il diritto ad un rifugio sicuro, anche mentre stanno sostenendo il procedimento di verifica per ricondurli in Paesi pronti ad ospitali. Non dobbiamo dimenticare che la riduzione dei numeri dei rifugiati reinsediati negli Stati Uniti e dei ritardi causati dall’amministrazione Trump hanno solo puntato ad aggravare questo il problema. Per fare questo serve l’aiuto di tutti soprattutto agli addetti ai lavori del settore dei diritti umani.

Molti rifugiati sono stati espulsi dai loro rifugi urbani e sono stati costretti ad accamparsi fuori dalle porte degli uffici dell’UNHCR, alcuni di loro hanno dichiarato di non avere altro posto dove andare, altri protestano per i problemi di sicurezza e il fallimento dell’agenzia di fornire loro sicurezza e protezione. Alcuni erano stati espulsi dai loro alloggi a Nairobi perché non erano in grado di pagare gli affitti delle loro case, non avevano più un posto dove andare. Nelle ore successive all’arresto i rifugiati sono rimasti in custodia delle guardie per più di 48 ore, ed erano tutti terrorizzati, essendo stati messi al corrente dei pericoli che correvano nel Campo di Kakuma. Questa situazione orribile si verifica perché il governo keniano rifiuta qualsiasi rifugiato nelle aree urbane, in prevalenza le persone gay che continua a criminalizzare – e gli altri rifugiati , per lo più sudanesi , non accettano le persone LGBTI nei campi.

Dove dovrebbero andare queste persone?

I gay ugandesi che fuggono dall’ondata di omofobia sono stati ampiamente propagandati dai media internazionali, ma fino ad oggi non ci sono mai state azioni decise per arginare il problema. Le persone LGBTI che fuggono dai loro paesi attraverso l’Africa orientale e centrale, dove i crociati religiosi spingono in avanti la discriminazione e le leggi anti-gay hanno bisogno di più protezione. La ragione più comune per cui queste persone scelgono di andarsene dalla propria terra è spesso dovuto non solo per via delle minacce degli sconosciuti , ma anche dalle minacce di violenza estrema da parte delle proprie famiglie.

Coloro che pensano che il Kenya possa offrire un rifugio sicuro – un luogo dove si possa vivere liberamente in attesa del proprio reinsediamento – vengono per la maggior parte delusi, per molti motivi. La maggioranza dei rifugiati LGBTI è arrivata nel paese proprio mentre il governo keniano, ha annunciato nel marzo del 2014, un’operazione di anti-terrorismo per la sicurezza dei cittadini, denominata “Operation Usalama Watch” ed ha dato direttive a tutti i rifugiati di lasciare le città del Kenya ed i campi profughi. Da lì per i profughi sono cominciate le difficoltà.

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Nonostante molti sforzi tutt’oggi la situazione dei profughi LGBTI non è molto migliorata, ed il governo cerca di tenerli fuori dai centri abitati e non fa nulla per promuovere la loro integrazione sociale. Inge De Langhe, che dirige il programma per il reinsediamento per l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) a Nairobi, ha detto :” Non abbiamo la capacità di proteggere ogni singolo individuo”.Dice anche che le persone LGBTI in Kenya hanno poca scelta o mantenere la propria identità segreta mentre aspettano l’asilo o affrontare le violenze”.

L’attesa per il reinsediamento può essere lunga e adesso con i blocchi imposti dall’amministrazione Trump negli USA anche più difficile, i tempi possono variare dai 6 agli 8 mesi, solo per la prima intervista che permette loro di cominciare il processo di asilo, un passo che è stato accelerato per i rifugiati LGBTI, ma non ancora abbastanza, considerando che ci sono quasi 600.000 rifugiati in Kenya, ed i paesi stranieri offrono ogni anno solo 5.000 o 6.000 posti per i reinsediati. Oltre ai 400 rifugiati LGBTI che stanno già attendendo ne resta bloccato un numero spropositato.

Langhe dice che purtroppo le loro risorse sono limitate , non possono dare alle persone LGBTI una considerazione speciale perché questo andrebbe poi a svantaggio degli altri rifugiati.

Un problema ostico che continua a riproporsi nel corso degli anni, ma che sembra non trovare una soluzione. A Nairobi l’UNHCR segue circa 50.000 casi – tra cui minori donne che hanno subito delle violenze sessuali , disabili, rifugiati anziani. Langhe dice che hanno dovuto posticipare l’elaborazione dei casi dei minori e dei bambini fra i 12 e i 13 anni, per dare la priorità ai rifugiati LGBTI .

Nonostante questo gli ugandesi LGBTI si lamentano ancora e ci ricorda che i rifugiati profughi somali nel campo Dadaab devono aspettare sei o sette anni per il loro reinsediamento. Mentre gli ugandesi aspettano solo 6 mesi.

Privilegiando l’assistenza immediata , si è creata una maggior visibilità rivolta alle persone omosessuali in questo modo si è favorito gli spostamenti dall’Uganda al Kenya per i rifugiati LGBTI in cerca di asilo e i campi sono sovraffollati . Ma si sono favorite anche le discriminazioni.

I soldi per il loro mantenimento non bastano più e le associazioni di sostegno come HIAS e UNHCR avrebbero bisogno di un po’ di respiro. C’è veramente molta preoccupazione per il futuro incerto di queste persone, alcune di loro sono ammalate ed hanno bisogno di cure costanti, di trattamenti per l’HIV+ , ma anche per altre malattie croniche come il diabete.

International Support – Human Rights spera fermamente in un’azione di supporto che possa portare la situazione a stabilizzarsi nel più breve tempo possibile. Ed in un intervento deciso anche dei Paesi internazionali che abbiano voglia di dare spazio al problema per promuovere soluzioni reali e la difesa di queste persone più disagiate, che ogni giorno sono costrette a supere umilianti discriminazioni.

Ci attendiamo quindi che qualcuno si unisca al coro di aiuto e che non si continui a tacere su temi tanto delicati e importanti.
La nostra associazione in merito sta anche promuovendo una serie di eventi di sensibilizzazione, nei nostri articoli Evento Rifugiati LGBTI in Kenya, 2016/17 Bologna, Roma, Ginevra, Bruxelles potrete trovare maggiori informazioni a riguardo.

 

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International Support – Human Rights

Bruxelles

 

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