La comunità LGBTI ugandese lotta con la complessità della repressione e delle richieste di asilo

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Kenya Uganda Gays Flee
 In questa foto di archivio del sabato 9 agosto 2014, un uomo ugandese viene visto durante le terze celebrazioni per l’orgoglio annuale Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender (LGBT) a Entebbe, in Uganda. Quando un tribunale ugandese ha ribaltato la legge anti-omosessualità del paese questo mese, attivisti per i diritti umani in tutto il mondo hanno rivendicato una vittoria – ma non gay ugandesi che sono fuggiti dalle persecuzioni per vivere in un campo profughi nel vicino Kenya. (AP Photo / Rebecca Vassie, File)

 

Questo è un estratto modificato dal saggio di Isaac Otidi Amuke, un giornalista premiato a Nairobi in Kenya, per le sue opere. Dove spiega le difficili condizioni dei rifugiati LGBTI in fuga dall’Uganda per via della discriminazione . Le difficili condizioni che devono affrontare nei Campi del Kenya in attesa del permesso di asilo fra privazioni e sofferenza.

Agli occhi di alcune persone, la situazione delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e intersessuali (LGBTI) a Kampala è peggiorata negli ultimi anni.

Il primo segnale allarmante è stato quando alcuni tabloid ugandesi hanno pubblicato i nomi di diverse persone sospettate di essere gay. Questo li ha esposti ad un enorme rischio per la loro incolumità e di conseguenza molti di loro sono stati costretti a lasciare l’Uganda per cercare asilo altrove.

Subito dopo questo increscioso episodio è stata approvata nel 2014 la legge anti-gay, che criminalizzava le relazioni omosessuali. La legge comprendeva l’ergastolo e pene molto severe per gli individui, i media e le organizzazioni che sostenevano gli omosessuali.

Sebbene in seguito sia stata accantonata per via di un cavillo legale, la legge ha creato un clima di odio, incalzando sulle paure e le insicurezze da parte delle minoranze sessuali, sempre più nell’occhio del ciclone. Messa da parte, grazie alle grosse pressioni politiche internazionali e quelle sollevate dall’interno non è un caso che dopo l’approvazione della legge nel 2014, il numero di ugandesi che è stato costretto a fuggire e a recarsi in Kenya sia aumentato notevolmente.

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) afferma che ci sono 13 milioni di rifugiati in tutto il mondo, oltre 586.000 sono in Kenya dal maggio 2015, e che solo 100.000 di essi possono essere reinsediati ogni anno, solo il 7% all’8% .

Secondo Eva Camps, un alto funzionario addetto alla protezione dell’UNHCR con sede a Nairobi, qualcuno deve aver ingannato i rifugiati ugandesi e i richiedenti asilo in città, dando loro informazioni sbagliate , perché nell’ultimo periodo chiedono assistenza finanziaria immediata e il monitoraggio rapido del loro reinsediamento, che dovrebbero sapere non è garantito.

Ribadisce che gli ugandesi sono stati informati di volta in volta dallo staff di UNHCR sulle procedure per le richieste di asilo. Cercare asilo è un viaggio lungo e le attese possono diventare estenuanti. L’UNHCR è vincolata da regolo e procedure, nonostante le eccezioni fatte per alcune persone che sono arrivate in Kenya dall’Uganda nel primo periodo.

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LGBTI Pride Uganda

George Onyore, un funzionario legale di Hias Kenya, un’organizzazione non partigiana per la protezione dei rifugiati, ha lo stesso messaggio. Dice che, a parte gli ugandesi, ci sono centinaia di altri rifugiati urbani vulnerabili e richiedenti asilo nei campi. Inclusi i minori non accompagnati, quelli che sono malati terminali e gli anziani. Dice che le risorse di Hias e UNHCR sono limitate e devono essere usate con parsimonia.

L’Hias valuta continuamente i bisogni di tutti i rifugiati e richiedenti asilo e i più bisognosi sono quelli che vengono assistiti per primi. Ribadisce che non c’è un’assistenza privilegiata per gli ugandesi.

Rachel Levitan, vicepresidente associato dei programmi globali, della strategia e della pianificazione di Hias, ha lavorato sulla questione dei rifugiati LGBTI e dei richiedenti asilo per quasi sette anni ed afferma che l’assistenza ha processi semplici. Aggiunge che i flussi inaspettatamente alti degli ultimi cinque anni hanno esacerbato la situazione.

Inoltre, nel caso del Kenya, le preoccupazioni per la sicurezza di al-Shabab hanno ritardato la concessione dell’asilo. Oltre all’urgente necessità di fondi per aiutare tutti i rifugiati a rischio, compresi i richiedenti asilo LGBT. Levitan afferma che è sempre necessario informare gli ospiti sulle inevitabili tensioni che sorgono tra rifugiati, richiedenti asilo e comunità ospitanti.

Eric Gitari, direttore esecutivo della Commissione nazionale per i diritti umani e lesbiche del Kenya, afferma che la situazione degli ugandesi è terribile, ma fino a quando non comprenderanno a pieno la situazione in cui si trovano, non sarà facile aiutarli. A prescindere dalle carenze dell’UNHCR, gli ugandesi devono lavorare a stretto contatto con chiunque stia cercando di aiutarli. Questo per agevolare le loro posizioni.

Gitari dice che il movimento keniano LGBTI svolge un duplice ruolo sia come partner dell’UNHCR che come supporto agli ugandesi. A volte sostengono gli ugandesi e fanno pressione sui loro casi insieme ad l’UNHCR, e talvolta sono dalla parte dell’UNHCR, sostenendo la sua posizione sugli ugandesi.

Sebbene sia allettante vedere i richiedenti asilo impazienti per le loro autorizzazioni, la situazione ha radici strutturali reali. Un rapporto di Yiftach Millo, intitolato “Invisible in the City”: Evidenzia i difetti di protezione dei rifugiati, delle minoranza sessuale e richiedenti asilo in Ecuador, Ghana, Israele e Kenya, affermando che i bisogni dei richiedenti asilo LGBTI sono spesso invisibili perché è quasi impossibile per loro quantificare l’urgenza delle loro esigenze.

Il rapporto dice: “Sebbene l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati abbia compiuto significativi passi avanti nel suo quartier generale ed in alcune operazioni nazionali per proteggere i rifugiati delle minoranze sessuali, la protezione sul campo rimane estremamente limitata. La loro protezione è influenzata da un malinteso generale sulla mancanza di necessità e sull’urgenza derivante dall’invisibilità della loro situazione.

Adrian Jjuuko, direttore esecutivo della Human Rights Awareness and Promotion Foundation, la principale organizzazione di contenzioso LGBTI in Uganda, afferma che la maggioranza dei richiedenti asilo e rifugiati LGBTI ugandesi ha difficoltà a qualificarsi e a qualificare quella che è considerata una persecuzione. Questo perché la persecuzione è un’esperienza profondamente personale e talvolta ciò che passa come persecuzione per un individuo potrebbe non reggere quando è sottoposto a rigori legali.

 

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LGBTI dove si discrimina l’orientamento sessuale e l’identità di genere

Ciò ha portato molti fuggiaschi a falsificare i loro documenti, compresi i mandati di arresto. Quando si recano alla nostra organizzazione per una verifica, vengono spesso smascherati. Questo non significa che non siano stati perseguitati, solo che la vera natura della loro persecuzione potrebbe non essere così esaltante e quindi cercano narrazioni alternative.

Alcuni rifugiati e richiedenti asilo LGBTI ugandesi si sentono a proprio agio a raccontare i loro segreti alla “Mama”, è denominata così Stella Nyanzi dell’Istituto Makerere di Social Research dell’Università di Makerere.

Stella ci dice che le cose sono difficili, specialmente per le donne transgender. Ad esempio, è impossibile per loro andare in un mercato in Kenya per comprare una gonna perché non c’è nessun posto dove possano provarla. Così lo fanno quando rientrano di nascosto in Uganda perché sanno come muoversi.

Allo stesso modo, torneranno di nascosto in Uganda per cercare lavoro, perché vivere in Kenya è più difficile nella loro situazione  che restare a Kampala, o perché l’unico cibo che possono permettersi in Kenya è terribile. A volte, dice, avere quella gonna è necessaria per la dignità. Questi sono i dettagli che vengono trascurati e che le burocrazie non possono “vedere”.

Tuttavia, molti ugandesi rimangono rintanati nelle baraccopoli di Nairobi, dove vivono illegalmente. Ma il governo keniota ha recentemente ordinato a tutti i rifugiati urbani di trasferirsi nei campi profughi perché sospetta che i rifugiati somali stiano ospitando membri di al-Shabab.

L’UNHCR dice che questo sta creando una situazione precaria. Oltre 52 000 rifugiati e richiedenti asilo risiedono a Nairobi.

La mattina del 19 aprile 2015, il mondo si è svegliato alla notizia della morte in mare di oltre 700 africani la cui nave si era capovolta fuori dalla costa libica. Stavano andando in Europa. Su Twitter, un utente ha chiesto: “Come puoi affrontare il ​​Mediterraneo e decidi ancora di andare avanti?” #Africa era il suo hashtag che aveva scelto.

Si potrebbe chiedere lo stesso agli ugandesi. Perché vivono in condizioni deplorevoli nei campi profughi, sapendo che il reinsediamento non è garantito, o che potrebbero volerci fino a tre anni? Perché si infilano nei cubicoli nelle baraccopoli di Nairobi, sperando in una moneta per la sopravvivenza quando non è garantita?

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Prede Uganda

Nel caso dell’Uganda, le risposte sono complesse. Sebbene molte persone tollerino le persone LGBTI, non le lasceranno vivere come vorrebbero. Ovvio che quelle persone LGBTI di Kampala che ho visto ballare e festeggiare durante la mia prima notte lì erano in grado di farlo perché erano ricchi e protetti, o avevano imparato a dominare la loro strada all’interno di una società omofobica. D’altra parte, quelli che fuggono sono stati spesso traumatizzati, o perché, come dice Nyanzi, non riescono a tenerle testa.

Coloro che possono permettersi di rimanere potrebbero non comprendere a pieno che, per alcuni, la partenza sembra una questione di vita o di morte. Allo stesso tempo, chi parte potrebbe non capire perché i membri della propria comunità scelgono di rimanere.

Nel mezzo di tutto questo sistema complesso, l’UNHCR, e altre organizzazioni non governative progettate per facilitare l’asilo stanno chiaramente lottando per capire come molte cose possono essere vere. Allo stesso tempo – cercano di comprendere se si può essere tollerati nel proprio Paese, ma, soprattutto, se vieni costretto a negoziare anche sulla tua completa umanità, allora forse preferiresti vivere in un limbo, in un campo da qualche parte, tendendo a battersi per quello che potrebbe diventare possibile.

This is an edited extract from Isaac Otidi Amuke’s essay Facing the Mediterranean in As You Like It, Volume II of the Gerald Kraak Anthology, African Perspectives on Gender, Social Justice and Sexuality (Jacana). Amuke is a prizewinning journalist in Nairobi, Kenya

 

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International Support – Human Rights

Bologna – Bruxelles

Email: isp.uganda@hotmail.com

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